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Diamanti di Özpetek è un capolavoro

  • Immagine del redattore: Emanuele De Santis
    Emanuele De Santis
  • 27 gen 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

BAHAHAHAHAHAHAHAHA, ma ci avete davvero creduto al titolo? Dai, un po’ di serietà. Se avete visto più di cinque film in vita vostra saprete, anche in minima parte, come ci si approccia ad una visione cinematografica: in poche parole, conoscete la differenza tra la merda e la roba buona. E dato che questo lungometraggio roba buona non è, beh, oggi voglio divertirmi e raccontarvi la mia esperienza in sala durante questo glorioso “Diamanti”.

Era una notte buia e tempestosa, al cinema c’era Conclave ed altri film ch’avevamo più o meno tutti già visto, la decisione s’è quindi orientata verso il supremo caos. Abbiamo preso i biglietti e siamo entrati nella gremitissima sala, ci siamo seduti ed abbiamo resistito addirittura una quarantina di minuti, sembrava un buon cazzo di film. No. No. E no. Eravamo stati quaranta minuti in silenzio a contemplare, ma poi la realtà s’era rivelata: che roba stavamo vedendo? Gli sceneggiatori si saranno ricordati che in Italia le sceneggiature buone non vendono e quindi hanno... smarmellato, come da gergo tecnico si usa dire. Ci hanno riproposto l’uso di quarta parete più strano e disallineato della storia del cinema e poi hanno continuato con questa storia disastrosa sotto quasi ogni punto di vista. E prima la famosa storia di Parigi e poi la litigata per il vestito color mestruo, e prima un’imbarazzante inquadratura con un triplo specchio d’un cliscé vergognoso e poi l’introduzione di questa ragazza che era stata inseguita dopo una manifestazione - ma in quale mondo la polizia ti si mette a cercare dopo una manifestazione? ok che son dei fascisti che si divertono a menare con il manganello ma mi sembra esagerato, anche per l’Italia.

Il film è diventato una presa per il culo costante, si prendeva pesantemente e traumaticamente sul serio ma in fin dei conti le uniche parte belle erano quelle della commedia, le battute sessiste facevano ridere. Punto. Tutto il resto faceva piangere, ma per il modo in cui veniva fatto. L’unica cosa che non mi faceva uscire dalla sala erano le parti divertenti, quasi sempre di quella sola attrice. Ricordo di esser rientrato a gamba tesa nella visione durante la scena di Diego e la doppia sigaretta, condita poco dopo da quel “quanto mi piacciono gli uomini che fumano!” che mi ha fatto sbellicare, ma poi cazzo che schifo che ribrezzo che puzza. Quel cane di Accorsi ha cominciato a recitare e mi veniva da svenire per quanta falsità mi trasmetteva, successivamente in sceneggiatura - per chiudere un altro buco di trama - si son inventati il secondo incidente in strada, e poi il tutto si è trasformato in un accentramento di morte e distruzione che gridava: “Signori, non mettetevi con quelle che lavorano in sartoria che poi finisce male! O finisci ucciso sulle strisce o dentro un pozzo! E che cazzo!”.

Potrei elencare altre mille boiate che ho notato ma mi limiterò ad andar sul finale, mio santissimo dio. Un team di Avengers si è alzato dalla tavola ed è andato al piano di sopra lasciando la povera Mara Venier con le mani in mano - cazzo, aveva cucinato così tanto e voi manco ve lo mangiate. Ci viene quindi mostrato quanto poco tempo servisse a fare il vestito finale, mezza giornata e per la nottata avevan fatto. Ci viene mostrata un’agghiacciante inquadratura di Ozpetek, con quest’ultimo che sembrava avesse del ghiaccio nelle palle per quanto era stranito in viso, e poi eccolo! eccolo! il vestito eccolo! Mio dio che roba! Una pista di Mario Kart, un Pokemon, quello era. E quindi l’ennesima quarta parete con la sartoria vuota ed il regista che ci cammina in mezzo d’un poetico agghiacciante, tremendo, uno dei momenti più bassi della storia del cinema! Non ironicamente avevo la pelle d’oca per quanto ribrezzo mi stava venendo. Ho sbattuto la testa, ripetutamente, contro lo schienale del mio posto, ho fatto qualche altra battuta con i miei amici sugli straordinari di Libeccio ed è finito il film - che fino all’ultimo ha tenuto a ricordarci quanto le cose si possano far male, anche con i titoli di coda. Ho concluso la visione dell’ennesima roba italiana ultra poetica che sa solamente di vecchio e di superato, di non riuscito, errori su errori, dialoghi sbagliati su dialoghi sbagliati, storie poco interessanti spacciate per “Rain Man” e “Manchester by the sea”, ed il solito film dramma-commedia pensato per esser serio che fa uscire dalla sala gli spettatori in fragorose risate, mescolate sì da qualche battuta riuscita, ma soprattutto dal cringe.

E poi ti accorgi che il cinema è sempre soggettivo, perché ti giri, e sei ancora in sala, e le persone dietro di te - dato che sei in una delle prime file - hanno le lacrime agli occhi, sono emozionate, ed il film è piaciuto a tutti e ti senti anche una merda per aver riso tutto il tempo ed aver rovinato seppur in parte un’esperienza a qualcuno. E poi ti chiedi... sono stupido io? Chissà, io questo mondo non lo capisco proprio porca troia.

 
 
 

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