Mentre tornate da Venezia, il cinema muore
- Emanuele De Santis
- 3 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
I riccioli erano parzialmente raccolti da una ciappa color crema, perfettamente in tinta con i pois del vestito bianco. I suoi capelli erano un poco arancioni, un po’ neri e un po’ bianchi. Si rifletteva nel suo viso anziano la stupenda bellezza donatale dalla giovinezza, o almeno così io potevo immaginare. La guardavo di sbieco, mi ci interessavo con finta modestia. Sul cavallo del suo naso si poggiavano gli occhiali da presbite. Guardava lo schermo del suo cellulare, la luminosità dello stesso era molto bassa. La fronte aggrottata e le ondulanti rughe le conferivano un alone di fermezza. Lei era lì per sua decisione, di conseguenza non aveva altro posto nel mondo se non quello. I secondi sulle lancette del Lac Léman che aveva al polso scorrevano in suo onore.
A me era concesso di guardarla di sbieco, e basta. Io che vivevo nella maleodorante mescolanza di passato e futuro, la cosa più lontana possibile dal presente: di quel momento e di tutti i momenti. Non ero degno neanche di condividere la sala con lei.
Ad una cinquantina di chilometri da Roma, mi trovavo in un cinema di provincia. Era tutto tirato a lucido. I pavimenti splendenti, le poltrone immacolate. Sui muri della straordinaria “Sala 2” sei quadri coloravano l’ambiente, tre per lato, tutti d’espressionismo astratto. I sei quadri trasmettevano cupezza, buio, ed erano in tinta con il blu scuro delle pareti. I colori dominanti erano il giallo e il nero.
Ero entrato in sala alle 21 e 28, s’erano fatte le 21 e 30 ed il film era sovente iniziato. Neanche un secondo di pubblicità.
Il lungometraggio che avevo scelto era “Frammenti di luce”, islandese.
-Che film te vedi?
M’aveva chiesto il proprietario del cinema. Aveva confidenza, avevamo già parlato un quarto d’ora prima. Ero arrivato davanti al cinema, dove non ero mai stato prima di quel giorno, e m’ero assicurato che le proiezioni serali fossero in lingua. Alla sua risposta affermativa, ho continuato, chiedendogli se vendessero da mangiare. Mi ha dapprima detto che le casse erano ancora chiuse e dovevo aspettare cinque minuti per entrare, successivamente mi ha indicato un bar.
-Noi non vendiamo da mangiare, il rumore dei pop-corn dà fastidio in sala.
Era chiaramente amore a prima vista.
-Che film te vedi?
-Quello russo.
Risposi, mettendo in luce la mia ignoranza in lingua islandese, e russa.
-Frammenti di luce?
-Sì.
-Sono tre euro e cinquanta.
Ero poi andato in bagno, anch’esso perfettamente pulito. Uscendo, dopo avermi sentito litigare con il poco sapone rimasto, il proprietario si era scusato perché s’era dimenticato di rimetterlo.
Squish, squish.



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