La stanza accanto è un po’ un non so che dirti
- Emanuele De Santis
- 22 dic 2024
- Tempo di lettura: 2 min
In questa piccola prima parte di recensione senza spoiler, caro lettore, non so sinceramente che dirti. Lo devi andare a vedere? Non devi andarci? Io sinceramente non lo so. Ci ho visto alcune cose che non mi son piaciute ed altre che sì, ho apprezzato, è un lungometraggio che si aggira sicuramente sopra la sufficienza, ma non se ne stacca troppo. Ho attraversato diverse fasi durante la visione: troppo scontato; carino; scontato; bello; sgradevole; interessante. Forse è solo un terno al lotto. Comunque i temi trattati sono interessanti e trattati in maniera giusta, più o meno, sì, più meno che più, più più che meno. Insomma, vallo a vedere se ti ispira, io non posso aiutarti.

Da cosa parto? Da quello che mi è piaciuto o da quello che non mi è piaciuto? Cristo, anche parlare di questo film è questo film stesso.
Il lungometraggio ha una divisione per luoghi specifica e non occupa noiosamente l’ora e tre quarti che ha preteso per se, tutto scorre magnificamente ed io non mi sono annoiato, forse unicamente dal punto di vista del visivo mi è venuto un po’ difficile seguire la fotografia, non l’ho sentita molto partecipe alla narrazione che stavo interpretando nella mia mente. Comunque, dividendo sceneggiatura ed idea - quindi soggetto - la cosa che più mi lascia confuso è la sceneggiatura, credo che sia più un bene che un male, ma capiamo: ho amato alla follia tutto l’alone del “non detto” presente nei dialoghi, tutto quello che le protagoniste si dicono e non si dicono, tutto quello che succede alle spalle dell’altra. Ingrid che si vede più e più volte in segreto con Damian, Martha che fa come cazzo le pare con la pillola e le porte e la malattia. Ho amato il danzare tra le cose che si potevano dire e quelle che era meglio pensare e basta, senza riferire, e ho comunque detestato quasi ogni dialogo percependolo come falso e incompleto. Li sentivo snaturati.
La cosa che mi ha lasciato più perplesso è decisamente il finale, non tanto per il finale stesso ma per la figlia interpretata dalla stessa Tilda Swinton solo ed unicamente per rimarcare quel “assomiglia a te” detto ad inizio film: mio, dio, santissimo, che, schifo. Ho sentito una mano che da dietro la schiena mi prendeva e mi ributtava giù attraverso il tunnel che riporta alla normalità, si è rotta la quarta, la quinta e la sesta parete, madre del signore ma guardate Colin Farrell in The Pengwin! ma non riuscite a farla sembrare un minimo diversa ed un minimo meno sessantenne truccata?
Di base questo lungometraggio è una critichetta sociale simpatica, piacevole da vedere, ma non ti fa uscire dalla sala dicendo “CHE BEL FILM!”, magari dici “bel film!”, ma non “CHE BEL FILM”. Ci siam intesi.


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