Petite Maman: Recensione senza spoiler
- Emanuele De Santis
- 23 gen 2025
- Tempo di lettura: 2 min
La società è in continuo cambiamento, e il nostro ventunesimo secolo - tra le altre - ci ha regalato il valore della soggettività. E quanto è bello poterla sfruttare per parlare della propria esperienza cinematografica in relazione ad un film appena visto? Ricordiamo sempre: un’opera la si giudica anche in relazione al luogo ed al momento durante il quale la si guarda: è l’esperienza che conta. E Petite Maman è stata un’esperienza mia e decisamente particolare.
Mi sono approcciato a questo film silente e privo di musiche per forza d’inerzia: devo vederlo, apro i miei occhi e lo guardo. A tutto questo si sono mescolate le mie poche ore di sonno, la stanchezza aggravata da lezioni universitarie scarne di leggerezza ed un riflesso delle finestre sullo schermo della televisione decisamente sgradevole. Le premesse? Pessime. Nei primi minuti del lungometraggio una regia un po’ troppo meccanica ha combattuto a spada tratta contro la mia soglia dell’attenzione decisamente disallineata, con il montaggio che non ha decisamente aiutato e che anzi, neanche sembrava montaggio: le scene le sentivo come appiccicate l’una con l’altra, prive di senso. Non ne capivo lo scorrere del tempo, mi sentivo perso tra i casuali frammenti di racconto proposti, non era per me una vera storia da seguire. Ho rischiato di addormentarmi due, tre volte, e poi ho spiccato il volo: il lungometraggio si è allineato, ha trovato la sua collocazione all’interno di semplici luoghi (il bosco, l’abitato) ed ha cominciato a parlare la mia lingua - nonostante lo stessi vedendo in lingua originale. Il risultato? Mi sono goduto un’esperienza totale, mi sono goduto un film atipico ed intrigante, un viaggio all’interno di realtà temporali giustamente non definite, lasciate in mano proprio della mia stessa soggettività. Mi son goduto ogni singolo istante e mi son lasciato trasportare dai giudizi della mia stessa mente in relazione al film.

Ho capito d’aver davvero apprezzato quest’opera un’ora dopo ch’è finita. Ci siamo ritrovati con i miei amici fuori dall’aula e abbiam discusso di quanto appena guardato. Ognuno ha mostrato in pubblica piazza la sua versione del film e tutti, più o meno, avevamo inteso cose diverse, avevam visto film diversi. E poi c’è stata la magia dell’accoppiamento, piccoli gruppi di due o tre persone che si unificavano sulla stessa linea d’onda e cominciavano ad intendere il lungometraggio nello stesso modo di qualcun altro: io avevo visto lo stesso film di Biba, Ricky aveva visto lo stesso film di Alessandro. E mi sono innamorato nuovamente del cinema.


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