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Un po' di recensioni dal Biografilm 2024

  • Immagine del redattore: Emanuele De Santis
    Emanuele De Santis
  • 21 giu 2024
  • Tempo di lettura: 23 min

00. INTRODUZIONE

Salve, è sempre bene partire da una presentazione e quindi eccomi qui, mi presento! il mio nome è Emanuele De Santis e, tra le altre, faccio il critico cinematografico. Quest’anno ho avuto la fortuna di poter esplorare il Biografilm Festival con - e grazie - alla Fondazione Modena Arti Visive, più in particolare grazie alla Masterclass con Giovanni Troilo della quale ho fatto parte[1]. Non potendo offrire altro, l’unica nota che posso aggiungere al festival è la mia personale visione, una recensione dei film che ho scelto(a caso) e ho visto(non a caso, spero). Questa volta, però, credo che la sola analisi dei lungometraggi sia un poco riduttiva, l’ho sempre fatta, sempre la farò, ho quindi pensato di aggiungere del colore al tutto e farne una storia raccontata, parlare dei film per analizzare la vita - e chissà - la mia vita, la nostra vita, l’esistere, “al cinema ci andiamo per guardare noi stessi” ha detto Ida Sørensen[2], e non posso fare altro che darle ragione.

 

01. TWO STRANGERS TRYING NOT TO KILL EACH OTHER di Jacob Perlmutter e Manon Ouimet - 5/10

Il mio intento non è ovviamente quello di fare un articolo in cui distruggo tutti i film e me ne vado a casa soddisfatto, se ogni anno mi vedete al Biografilm con il mio brillante badge al collo è perché il festival in questione è uno dei miei preferiti in tutta Italia e, per atmosfera, forse quello che ho più a cuore di tutti. Raramente becco brutti film in programmazione, ma quest’anno il destino - croce e delizia di questa vita - ha ben deciso che questo doveva essere il proiettile dello sparo alla partenza, e va bene così! Comunque, tornassi indietro nel tempo, non cambierei questo film con nulla al mondo, grazie a questo lungometraggio ho potuto sentire per la prima volta, dal vivo, in sala, una bestemmia senza censura, e infatti è grazie a lei che il mio personale voto, per la suddetta visione, si alza da quattro a cinque, ho riso come un coglione per - forse - troppo tempo, sicuramente troppo tempo - soprattutto quando io e Gaia - una mia amica con la quale sono andato a vedere il lungometraggio - a fine proiezione, ci siamo accorti di avere i due protagonisti, moglie e marito, affianco, ma questa è decisamente un’altra storia.

Solitamente esco dalla sala del cinema e subito il riflesso di Pavlov fa il suo sporco lavoro, “devo andare a scrivere la recensione” mi dico, e poi vado effettivamente a scriverla, ma questa volta è stato diverso, dopo aver guardato Two Strangers Trying Not to Kill Each Other il processo solito ha cambiato percorso mentale, all’inizio un’analisi non volevo farla, volevo lasciare il film lì a morire nei miei ricordi - segnandomi ovviamente solo della bestemmia - ma poi ho parlato con Gaia e mi sono illuminato, un riflesso di Pavlov con i tempi di percorrenza di Trenitalia? Chissà. Dopo averci riflettuto quello che volevo fare era un’analisi più completa, la recensione del film era certa, ma bastava? No, dovevo aggiungere altro! Dovevo scriverne a 360 gradi.

Il lungometraggio parla di una coppia di vecchi che vive la loro ultima parte di vita, all’inizio ci viene introdotto il loro passato e quindi si arriva ai giorni “nostri” - o “loro” - e la pellicola ci mostra gli ultimi tempi: loro due che si trasferiscono in Italia, lei che fa un incidente, lui che fa arte, lei che impazzisce, finale astratto. Il senso di tutto? Nessuno. Per un’ora e quasi due ci viene aperta una finestra sull’esistenza di questi due tizi sposati, ma non c’è una vera storia, non c’è neanche un documentario, non c’è un cazzo, solo la loro vita che viene proposta come filosofica anche se di significativo non succede nulla, si cerca ovviamente di far passare sul poetico il loro avvicinarsi alla morte, ma giuro che di veramente saggio non hanno detto una sola parola - un film con la stessa ideologia dei videocorsi online venduti dai tanto celebrati e celebri “fuffa-guru”. Nei primi cinquanta minuti non ci pensi, susseguono immagini e te le godi in quanto tali, “perché serviranno nel progetto più grande, nella risoluzione e nell’idea del film” ti ripeti, è dalla seconda metà in poi che si comincia a storcere il naso, “che famo?”, “che non famo?”, che succede? Nulla, per l’appunto, la prima metà di storia è praticamente cancellata ed inutile, a nulla serve ed a nulla servirà più, quello che il lungometraggio lascia grazie alla sua seconda parte è la più totale angoscia, e niente altro, questo trasmette! e questo succede quando si fanno film tanto per farli, senza un’idea. Ma li capisco. Ultimamente le sale della scena indie - tra cortometraggi e altre idee buttate in caciara - questo sono diventate, film strani senza un’idea o un collegamento, senza una storia e con qualche frase pseudo-poetica appiccicata qui e lì - che ovviamente non basta, soprattutto se nell’altra sala stanno dando capolavori come Poor Things o Perfect Days - molti dei film di questi nuovi registi in un’ipotetica scala d’utilità li metto allo stesso livello di un determinato tipo di post su Instagram: in alto la tag “Lanzarote”, al centro la foto di un bel culo sodo - in dotazione anche due labbroni grossi come gommoni sulla faccia della suddetta ragazza - e in basso una bella citazione di quell’alcolizzato di Bukowski, “l’amore è una parolaccia”. Per guardare il post però ci si mette un massimo di venti minuti - tempo variabile a seconda di eventi determinati dallo stato di natura - il lungometraggio è invece molto più lungo, è ora di chiedersi perché la gente va solamente a vedere la Marvel, no? Questi film annoiano, decimano le sale.

La seconda parte di Two Strangers Trying Not to Kill Each Other è stata talmente angosciante che della prima, appena uscito dalla sala - ed anche adesso - non ricordo niente, ho solo vaghi spunti che strabordano dagli appunti che presi in diretta, in quel momento, sul mio cellulare con la luminosità al minimo. Mi sono segnato che c’erano delle orribili inquadrature tutte storte - che per un film che ha come protagonista uno dei fotografi più influenti di questo secolo(e pure di quello prima) è tutto dire - e mi sono segnato che lo sceneggiato era orribile anche nelle piccole cose, c’era un personaggio italiano che in una frase passava dal parlar fiorentino al romano per poi tornare al fiorentino, la morte del mio timpano. Il tutto è impacchettato con il fiocchetto carino del poetico che tanto citavo prima, ma non può bastare: ad una certa, totalmente a caso, la protagonista si reca da questa amica artista introdotta totalmente a caso anch’essa - e questa amica mai più si vedrà - le due parlano un attimo della vita e boom, come al solito finiscono a fare discorsi filosofici, la protagonista non ha mai sfondato nel mondo dell’arte ma sia mai che le si dica che ha sbagliato davvero qualcosa, no, commiseriamola! “ti sei arresa perché hai continuato a bussare alla stessa porta” e buona! Signori! Fine delle riprese, abbiamo la frase da mettere nelle citazioni della pagina Instagram! Ma come può la gente apprezzare momenti decontestualizzati inseriti solo e soltanto per dare - ingannevole - contesto al film?

Comunque torniamo all’angoscia. Per colpa della gamba rotta di lei i due innamorati decidono di tornare a New York con la musica depressa di sottofondo, per dieci buoni minuti in sala si percepisce una tristezza iper-sonica, lo spettatore muore insieme all’animo dei due, tristi e tristissimi per il fallimento di un progetto di vita. Dovranno abbandonare le campagne toscane per abbandonarsi ai rumori ed al pessimismo di New York, solamente una delle città più desiderate al mondo, probabilmente il sogno della metà della popolazione mondiale. Insomma, dei ricchi che si struggono per dei problemi che non sussistono, ovviamente sfondiamo la retorica del povero che critica il ricco che è più in alto di lui e che ovviamente ha solo problemi da ricco, ma è quest’ultimo che ha scelto di farci un film e se non mi ci immedesimo... che non mi si biasimi. E via, l’angoscia si unisce ai problemi dei bianchi ricchi e finalmente capiamo perché hanno fatto questo film, o meglio, perché la vecchia ha spinto per fare questo film: per sostituirlo alla psicologa. Perché da questa famosa seconda metà in poi la protagonista è lei ma soprattutto i suoi problemi relazionali, i suoi problemi con la popolarità di un marito e conseguentemente i problemi di lei con quest’ultimo, anche se lui non ha fatto nulla - almeno nel ripreso - per mostrare un cedimento, un errore, niente, lui è stato perfetto ma la brama di potere, la brama di successo di questa donna - e non sto criticando la brama di successo in se, che può starci - l’ha portata ad impazzire, a trovare problemi ovunque ed a lamentarsi delle piccolezze, mostrando tutte le imperfezioni di una relazione che ci era stata introdotta come perfetta. Il problema è che quello che ci hanno fatto vedere è tossico, la loro, per colpa di lei, è una relazione tossica, ma quest’ultima all’interno del girato è posta come una relazione bella e perfetta, anzi “poetica” grazie ai problemi che ne giungono e per come li si affronta, ma l’errore è fenomenale: non tutte le relazioni tossiche, se riconosciute come tali, allora sono poetiche, a volte si litiga e basta e tutto torna come prima in attesa del prossimo litigio, questo è il caso. Ma che amore stiamo promuovendo? Questo film ti proietta tutto lo sbagliato che c’è in una relazione amorosa facendolo passare per ferite che sono state chiuse nel segno dell’amore, l’uomo sul finale viene totalmente bullizzato dall’animo di rivalsa dell’altra parte della coppia ed il messaggio che il lungometraggio cerca di far percepire è più vicino al “questi due vecchi stanno bene insieme, affrontano le difficoltà assieme” rispetto al “questo vecchio fotografo ama una pazza ed ha la convinzione che con lei ci stia bene, che insieme siano anime gemelle, invece lui merita di più ma la falsità dell’amore lo intrappola nel guardare come perfetta una relazione tossica che non riesce sfortunatamente a vedere come tale”. Stiamo impazzendo, sullo schermo idolatriamo relazioni tossiche senza avere elementi per riconoscerle e per dire “cavolo, questo non è quello che voglio”, l’industria cinematografica lavora ogni giorno più instancabilmente per normalizzare dei rapporti che di normale non hanno nulla, l’essere umano è ogni giorno appiccicato al telefono ed a filmati su queste relazioni... ed è ovvio che prima o poi ne saremmo tutti traviati, questa generazione non ha probabilmente futuro, la rete ci modifica ogni giorno di più i sentimenti, noi ce li lasciamo modificare e poi ci rechiamo, un po’ per caso, a vivere la vita vera, ed è lì che i fenomeni che si sono lasciati influenzare iniziano il loro lavoro, vivono le loro relazioni in questa bolla di maturazione apparente che non è altro che una malattia mutata che porta al vivere male, secondo dei dettami di una società malata che di vero ha ancora poco.

E’ davvero questo l’amore che ci vantiamo di star rappresentando? E non mi si venga a dire che è tutto risolto con loro due che ballano sul prato verde, l’unico finale che poteva risolvere il tutto è lei che si alza dal letto, si veste, prende la sua borsa e si reca a parlare con la psicologa dopo averle pagato cento euro per l’ora. Ma poi mi chiedo, se i poveri non vanno dallo psicologo per scadenti disposizioni monetarie ed i ricchi invece di andarci fanno un film sulla loro problematica relazione che fanno passare per perfetta e totalmente normale, come cazzo campano sti psicologhi?

Comunque faccio tanto il superiore ma una lezione, da Two Strangers Trying Not to Kill Each Other, io l’ho imparata davvero: non si scelgono mai più i film in base al titolo figo, questo è poco ma sicuro.

 

02. THE LOST NOTEBOOK di Ida Marie Gedbjerg Sørensen - 6.5/10

Di che parla The Lost Notebook? Bella domanda. Diciamo che non parla di niente, si limita ad osservare, è un po’ tutto e giustamente a caso. C’era una volta un soldato che all’età di ventitré anni andò al cinema per la prima volta, e che da quel giorno in poi si segnò ogni film che aveva visto e le sue specifiche, scrivendo anche se gli era o meno piaciuto, fine. La storia di base si esaurisce qui, poi è arrivata la regista che ha fatto “ragazzi, il mestiere del creatore è complicato, dobbiamo fare qualcosa con questa idea prima che qualcuno ce la rubi!”, “ma ci pensiamo da mesi! Non c’è molto da fare, non abbiamo idee!”, “e che si faccia un film senza idee! Poi ci pensiamo!”, e così hanno fatto. Ci hanno sparato in sala ottanta minuti di caos, osservazione mista a qualcosa di più vicino all’insensato che al sensato: pezzi casuali della vita dei successori della dinastia di questo tizio che si segnava i film, scene di film a caso, scene di film che erano piaciute al tizio che si segnava i film ma interpretate dai suoi parenti, narratrice che ogni tanto spara due stronzate filosofiche. Insomma, un gran bel puttanaio, ma perché ho messo la sufficienza? L’intento di base del lungometraggio era mostrare come il cinema si facesse filo conduttore nella vita dei discendenti ungheresi di questo appuntatore di film, il risultato è uno scadente susseguirsi di immagini di questi poverini che sono costretti a vivere la loro poco soddisfacente vita e che ogni tanto sono anche obbligati a vedere film davanti alla telecamera dalla regista. Il disagio è totalmente percepibile, come il nulla cosmico delle loro vite, si guarda il film e ci si chiede il perché lo si sta guardando, controllando anche l’ora due o tre volte per contarsi i minuti che mancano alla fine del tutto.

E poi arriva la fine e il film mi prende senso tutto insieme, con l’ultima frase, e capisco che non solo ero felice di averlo visto, ma che tutto aveva avuto un senso PROPRIO DALL’INIZIO. La narratrice dice “al cinema ci andiamo per guardare noi stessi” ed è lì che il mio cuore, anzi, tutto il mio corpo si ferma come gli uffici postali fanno alle dodici e trentacinque - almeno qui a Bologna. Ho riflettuto su come avevo effettivamente visto il lungometraggio fino a quel momento e mi sono reso conto che il tutto era noioso - certo, non succedeva un cazzo! - ma lo era, noioso, senza che io spettatore percepissi la noia, anzi, quel nulla era stupendo. Vi faccio un po’ di contesto: era una giornata particolare per il sottoscritto, pochi giorni prima avevo passato i test d’ingresso per un’importante accademia qui in Italia, avevo mandato il mio ISEE per ottenere uno sconto sulla ingente ed ingentissima retta e quest’ultimo lo avevo anche ottenuto, ma non era certamente la cifra che pensavo. Una montagna insormontabile di denaro era quella che avrei dovuto versare alla suddetta accademia, anche solo per attivare la clausola di pre-iscrizione in scadenza qualche giorno dopo, dentro di me sentivo un macigno! Unisci tutto questo alla consapevolezza di vivere un momento bello - l’ammissione - macchiato dal punto di vista monetario ed uniscici i vari problemi di base della vita ed eccolo, l’uomo della nuova società, l’uomo che sa perfettamente riconoscere un momento felice della sua esistenza quando esso fa la sua comparsa, lo riconosce e non si spiega perché si sente ugualmente di un triste cosmico. Avrei altri mille cazzi da raccontare, ma non voglio fare come la protagonista del film di prima ed usare queste pagine a posto di uno psicologo(che non posso permettermi, tra le altre), quindi che questo vi basti a centrare il mio senso di vuoto, non definibile depressione - è un’altra cosa - ma definibile come pura e leggera tristezza, come la tramontana che ti colpisce in inverno e che ti congela nonostante i quindici strati di vestiti, non puoi farci niente. Io ero quello che a dicembre veniva colpito da quella cazzo di tramontana, quel film fungeva da negozietto nel quale ero entrato per comprare un regalo per il mio amico che avrebbe fatto a breve gli anni, quel lungometraggio era paragonabile al caldo percepito appena varcata la porta d’ingresso, il break dalla tramontana, il senso di sollievo nel sentire la propria pelle riscaldarsi. Non avevo percepito la noia di quel film noioso perché ero così stanco della vita fuori dalla sala che volevo rimanere lì dentro, a guardare quel film d’osservazione che alla fine si è anche preso gioco di me, “al cinema ci andiamo per guardare noi stessi” ha detto la regista per paracularsi di un prodotto noioso, e questa stronza ci è riuscita, cazzo, ci è riuscita! Per tutti gli ottanta minuti, attraverso quel ritmo lento e pacifico, un poco avevo pensato a guardare il film ed un poco avevo analizzato la mia vita, avevo pensato al da farsi, avevo guardato me stesso, sipario, il film ha compiuto il suo volere ultimo - e non gli si può più chiedere altro.

 

03. AGENT OF HAPPINESS di Arun Bhattarai e Dorottya Zurbo - 9/10

Tra “The Lost Notebook” ed “Agent of Happiness” è decorsa un’oretta, durante la quale ho avuto solamente il tempo di andarmi a comprare una focaccia con i pomodorini al supermercato e di sedermi un attimo a godermi le ultime luci del tramonto, i due lungometraggi sono stati quasi conseguenti, come a farlo apposta. Mi sono sentito catapultato in questo circolo di storie più o meno felici, più o meno consapevoli, sono stato lì ad osservarle insieme a delle straordinarie inquadrature, dei luoghi stupendi misti a persone altrettanto stupende, dal vecchietto che sogna la moglie deceduta alla vecchietta dall’ingenua saggezza che dice “abbiamo una sola vita, perché sprecarla ad essere tristi?”, bella domanda signò. Ho provato un piacevole affogare, mi sono immerso nella vita del protagonista e di tutti i personaggi secondari, mi sono divertito ed ho viaggiato con l’immaginazione per un’ora e mezzo, mi sono fatto in un qualche modo ricordare dal film perché stavo vivendo e mi sono fatto ricordare di quando ho provato felicità, di quei momenti in cui analizzavo la mia vita e pensavo “sì, sono felice, che bello!”. Alla fine la vita è una totalità di alti e bassi e consapevolezza di quest’ultimi, ed è anche un maledire quegli stronzi ai quali la consapevolezza manca, e che quindi vivono in una certa bolla di pace - “quanti anni ha? Ho dieci mucche” diceva il simpatico vecchietto, o qualcosa del genere... insomma.

Percorrere la vita di persone normali che affrontano l’esistere con un pizzico di sorriso è stato terapeutico, sarà la tendenza di questo tipo di storie al concludersi bene - o quantomeno al lasciare un messaggio positivo - ma il tutto mi ha alleggerito! Il vecchio che non capiva le domande mi ha regalato proprio quel primo senso di leggerezza, le tre mogli dell’uomo religioso mi hanno fatto capire che la felicità si può trovare anche adattandosi, la diciassettenne con la madre alcolizzata mi ha fatto capire che si possono apprezzare anche le persone che errano, se in questo errare si trova un innato buono. La donna che lavorava nello strano club mi ha fatto riflettere sulla mia vita e sul rapporto che ho con le persone che mi vogliono bene, il vecchietto al quale è morta la moglie mi ha fatto capire cos’è la purezza di spirito e l’innata bontà, il protagonista mi ha fatto capire che sto vivendo la vita e che non mi posso esimere dal farlo. Ero felice, alla fine del tutto, pregno di vite altrui che in quel momento, almeno un poco, mi appartenevano. Mi sentivo sguinzagliato in un altro mondo - il mio, la vita vera - con la consapevolezza di poter essere allo stesso tempo solo ed insieme a mille altre persone, e che la felicità non sarebbe dipesa da me o da quelle “mille altre”, ma che sono e siamo governati un po’ dal caos, un po’ dal destino, siamo tutti schiavi di un effetto farfalla più o meno pressante, questo “essere” è sotto di noi, dobbiamo solo cavalcarlo e domarlo per quanto più c’è possibile, se poi impazzisce sarà difficile non essere scaraventati fuori, ma bisogna almeno sapere di aver fatto il massimo ed essere consapevoli che a volte anche quel massimo non basta, fa male? Certo, ma non ci si può far nulla, come il protagonista era inerme per l’annosa questione della sua cittadinanza.

Grazie a questo film ho capito che dalla tristezza può arrivare la felicità, bisogna solo saper vivere bene la tristezza - è quella la parte difficile. C’è chi ci riesce, chi non ci riesce, non stiamo vivendo tutti lo stesso viaggio, ma questo film almeno una speranza riesce a regalarla. Sinceramente, trovo inarrivabile la fermezza di spirito del vecchietto che appende cento e più bandiere in onore della moglie passata a miglior vita, trovo inarrivabile quella sua forza d’animo, quel suo crederla reincarnata nel figlio di sua figlia, ma lo ammiro, lo ammiro con tutto me stesso; io mi sento più il protagonista, certamente travolto dalla dipartita dell’amata, certamente travolto dalle pressioni sociali e dallo spettro di un lavoro per forza precario, ma ora balla, ha la musica che esce leggera dalle casse del suo telefonino e con di sottofondo un panorama mozzafiato fa un bel tiktok da inviare, magari, a quell’adesso australiana che in qualche mese si dimenticherà di lui, giustamente - ?.

 

04. THE SWEET EAST di Sean Price Williams - 9/10

Beh. Fare una recensione seria di questo caotico capolavoro sarà compito arduo, anche perché il film non vuole essere preso così seriamente, anche se ci si possono trovare degli spunti veramente simpatici. La serata che ho vissuto al Cinema Arlecchino, alla prima italiana - credo - di questo lungometraggio, è comunque una totale commedia tutta da raccontare. Siamo entrati, io ed i miei amici, con l’alito ch’era pesante come le aspettative per il film, ce ne avevano parlato tutti bene e noi avevamo appena mangiato una pita con tanta cipolla, dal fast-food greco dietro il cinema. Ci siamo seduti e gli avvenimenti casuali si sono cominciati a moltiplicare. Dapprima hanno invitato, sul palco, il cast del film ed il direttore artistico del Biografilm, quest’ultimo, poi, come un membro di Fratelli d’Italia alla parata degli Alpini che fa discorsi nostalgici, s’è cominciato ad infervorare d’orgoglio patriottico ed ha iniziato ad elogiare l’opera ed a ricordarci l’importanza di avere un cast di così alto livello qui a Bologna, nel mentre l’attrice, il direttore e lo sceneggiatore se ne stavano lì imbambolati, datagli la parola hanno detto che non volevano spoilerare il film e si sono andati a risedere, a quanto pare anche loro - come tutti noi - disprezzano i Q&A prima del film stesso. L’altro evento casuale è che nella fila avanti a me ho riconosciuto l’insider italiano di Kanye West, colui che mi ha tenuto aggiornato tutto febbraio su un eventuale concerto di quest’ultimo cantante qui a Bologna - concerto al quale non sono andato, costava 150 euro.

Comunque, torniamo al film, The Sweet East, una bomba - la vera definizione di originalità. Lillian, l’apaticità fatta personaggio, ci viene introdotta in gita di classe, è annoiata da tutto, ad una certa si rompe i coglioni e durante una sparatoria abbastanza casuale - nel film tutto lo è - prende e se ne scappa con un ragazzo che scopriremo poi avere una cinquantina di piercing al cazzo - l’unico modo per contrastare i pompini con i denti, mi dicono dalla regia. Senza abbandonarci allo spiegone di tutto il lungometraggio, questa Lillian viaggia attraverso una marea di storie casuali e scappa da ognuna di queste, allontanatasi dal gruppo dei ribelli si approccia al fascista, dal fascista passa ai registi e da quest’ultimi ad un sacco di gente, fino al rientro a casa. Cosa ci vuole insegnare questo film? Nulla. The Sweet East approfondisce un personaggio apatico ed indifendibile e non pretende che allo spettatore piaccia - almeno che tu non sia una Lillian. Per l’intera durata del lungometraggio il lavoro è fatto soprattutto dai personaggi d’accompagnamento, buoni o cattivi che siano la storia riesce a farti amare un fascista - che fa dormire i suoi ospiti con delle coperte con le svastiche sopra - allo stesso modo dei registi stravaganti, il tutto poi è accompagnato dal cast, straordinario, Simon Rex fa un lavoro di mimica facciale astronomico, la tipa di The Bear e il tizio che assomiglia a Tyler, The Creator sembra che vivano insieme da tutta la fottuta vita, una chimica incredibile - e poi la protagonista è stata leggendaria, sia chiaro. Ne ho parlato con molti dei miei amici, alcuni ci hanno visto un parallelismo con Poor Things - sia per l’evoluzione del personaggio che per i capitoletti e per la storia che si muove di locazione in locazione - ma secondo me siam lontani, non lontanissimi, ma lontani. Quest’evoluzione del personaggio io non ce l’ho personalmente vista, Lillian è solamente sfruttata da apatica calamita di eventi, ed a lei non frega proprio un cazzo, sopravvive per sopravvivere e se ne fotte di tutto il caos che non le interessa, è una ragazza normale e vuole essere una ragazza normale, consciamente o inconsciamente che sia, tre punti ce lo possono spiegare bene. Numero 1, ci troviamo nell’arco narrativo del rapimento di Mohammad. Lei se ne sta nel piccolo e sporco capannone dove è rinchiusa, sta fumando una sigaretta, lui le dice “dovresti smettere, fanno male” - o una roba del genere - dopo che lei ha tirato la prima boccata di fumo, lei gli risponde “lo so, me lo dicono tutti” e la conversazione si conclude, siamo praticamente a fine film, che cosa ci insegna? Niente, il personaggio non è cambiato e non vuole cambiare, torniamo al menefreghismo di base per la vita “come dovrebbe essere vissuta”. Numero 2, la ricerca che lei fa su Google, “Ian Raynolds fidanzata”, perché una ragazza normale vuole un ragazzo normale, lo stronzo che ha già la ragazza ma che di quest’ultima se ne fotte perché ne ha trovata una più bella o che gliela da più velocemente, è il ciclo della vita. Numero 3, e con questo abbiam concluso: il finale. I creatori di The Sweet East, quando gli è stata fatta una domanda dal pubblico, hanno detto che è più o meno una denuncia a Trump o una roba del genere, ma ad occhio e croce posso affermare che non ci hanno capito molto anche loro. Il lungometraggio si conclude con un’esplosione alla televisione, l’ennesimo evento assurdo che si contrappone, passivamente o non, alla vita della protagonista, e lei, chiudendo le danze in una sorta di rottura della quarta parete, dice al pubblico “chissà cosa succederà poi” - o una roba del genere - ritornando al menefreghismo per il caos tutt’attorno e sminuendo le esagerazioni, gli attentati, il caos maligno o non che - in questo caso - l’America pone davanti alla sua gente, ci son persone che guardano il delirio del mondo e se ne interessano, c’è gente come Lillian a cui non frega, giustamente, un cazzo. Ognuno è quello che è, e la protagonista della gente e delle cose e del mondo, di base, se ne fotte, la droga la rende felice? Se la fa. Un tossico attore hollywoodiano con dieci ragazze sparse per New York la rende felice? Se lo fa. Per il resto, si vive d’inerzia. E’ uno stile di vita.

Ma ora è tempo di passare alla cosa, o meglio, alle cose più belle della serata. Il film è finito, le mie mani si sono consumate per applaudire, è tempo delle domande alla protagonista, al regista e allo sceneggiatore, e delle loro aberranti risposte o constatazioni. La meno grave, perché insita di una riflessione personale quantomeno avvenuta, è un’uscita del regista, che ad una certa, dopo aver risposto ad una domanda destinata alla protagonista, ha praticamente detto che stava facendo esattamente come i personaggi maschili all’interno del lungometraggio, stava parlando e parlando senza neanche ascoltare il parere di lei, e questa volta era l’attrice e non Lillian, il mansplaining è ancora palesemente radicato in questa società balorda - e non ci si venga a dire che noi uomini non ne soffriamo, non potete capire quanti amici mi scartavetrano i coglioni. Seconda cosa, molto più aberrante della prima, dopo una domanda allo sceneggiatore sul perché tutti i personaggi maschi si vogliano scopare la protagonista, lui inizia la sua risposta con un “beh, anche io me la scoperei” mentre aveva affianco la proiezione fisica di quella protagonista: l’attrice. Sipario.

Non è vero, la caotica recensione non è finita qui, voglio annoiarvi con qualche altra riga. Ho riflettuto un poco dopo il Q&A ed ho confermato le mie credenze sul cinema, sull’opera cinematografica. Un film o una serie o un corto o quel che sia, sono tanto del regista quanto dello spettatore, artisticamente parlando. Non si può pretendere che il significato di un lungometraggio sia quello che gli attribuisce il regista o lo sceneggiatore, durante le domande ho visto questi tizi confusissimi che parlavano di Trump e una denuncia politica fortissima, che nel film non c’è, nel film c’è solo caos ed il tutto funziona in relazione a quello, ci sono ovviamente personaggi negativi di estrema destra, ma quest’ultimi funzionano perché tali, non perché denunciano il male di una società, alla fine il fascistone con le coperte naziste passa anche per il buono. Un’opera cinematografica, uscita dalla post-produzione e data in pasto al pubblico, diventa di interpretazione pubblica, diventa merce di tutti, e l’interpretazione di uno spettatore vale come quella del regista stesso, nessuno può dire assolutamente a qualcun altro come vedere un film! Certo, una persona può decidere di seguire i consigli di un critico cinematografico per capire meglio altri punti di vista e farli propri, ma si decide di seguire un critico per propria scelta, nessuno dovrebbe mai pensare che le parole del critico siano sacre, perché non lo sono, e se vi ha fatto schifo Eraserhead potete dirlo, viva la soggettività!

 

05. TELL THEM ABOUT US di Rand Beiruty - 8/10

“Tell Them About Us” ci racconta in maniera pacata e gentile uno dei fenomeni più diffusi ma in egual modo ignorati - almeno dal post-covid ad oggi - in questo pianeta Terra che tanto sfruttiamo, l’immigrazione, e lo fa attraverso un mescolarsi sapiente di gioie e dolori, felicità e dubbi - dubbi verso un irrazionale futuro, che ovviamente spaventa. Il film ci ricorda in maniera netta che siamo tutti esseri umani in questo mondo, ed in quanto tali quello che dovremmo volere dovrebbe essere solo e soltanto l’uguaglianza: ce lo ricorda perché noi privilegiati tendiamo a dimenticarcelo con una certa facilità, e sempre più spesso, come tendiamo sempre e comunque a dimenticare che esistono culture diverse dalla nostra - che in quanto tali vivono ed interagiscono in maniera diversa dalla nostra, per forza di cose. Un documentario che ci vuole ricordare di quella società del rispetto che tanto millantiamo sui social ma che poco applichiamo nella vita vera, un documentario che non si vuole auto-eleggere a salvatore certo dell’umanità, ma che vuole mettere il suo leggero e discreto punto, vuole essere senza obbligare - lasciare un piccolo grande segnetto colorato. Come ho detto, vuole “ricordare”, ma ricordare senza “obbligare a ricordare”, ch’è il nocciolo della questione, nel film ci si lamenta della conversione repentina che la società richiede agli immigrati, all’integrazione che in realtà si traduce in un ambientarsi forzato e l’indurre alla perdita di alcuni dei valori ed alcuni tratti della cultura che si possiedono, una dittatura neanche troppo silente, alla quale il film non vuole di certo puntare. E’ per questo che il tutto è scherzoso, i momenti di denuncia si fanno ridendo, si fanno vivendo una bella vita, con belle persone, nonostante tutto. Il lungometraggio esplora l’esistere di queste sei ragazze e delle persone intorno a loro, traducendo il tutto in una denuncia sociale ben riuscita ed apprezzabile.

Se ripenso al film che ho visto ripenso alle tante piccole cose che - oltre che a riflettere - mi hanno regalato una felicità, un sorriso che poche volte si prova al cinema, soprattutto per documentari che trattano certi temi. Ripenso alla cittadinanza infilata nella torta, alla ragazzina che piange per i bambini che non hanno il pane e che poi balla con la musica ch’ha appena messo dal telefonino, ripenso a tutto il bello e spero in un mondo migliore non rimanendo passivo, ma applicandomi attivamente per qualcosa di più.

 

FINE. BIOGRAFILM, IL RESTO

Nel corso della sua vita, ad un critico, passano davanti agli occhi anche film che non hanno bisogno di recensioni lunghe ed approfondite, ma non per questo i suddetti sono da considerare brutti, anzi, tutt’altro. Per chiudere questa carrellata di recensioni dal Biografilm 2024 ho deciso che scriverò dei mini commenti su gli altri film che ho visto(non proprio tutti, ne lascerò una manciata al destino del mio segretissimo letteboxd), consigliandoli - o meno - e criticandoli - quando e se necessario per il mio soggettivo punto di vista.

-ABBE PIERRE - A CENTURY OF DEVOTION di Frédéric Tellier(9/10), un lungometraggio di 138 linearissimi minuti. La pace dei sensi. Una biografia stupenda di una persona stupenda, una storia che avanza linearmente lasciandosi alle spalle tutto il nolanismo, tutta quella robaccia dei flashback, del non capirci nulla fino a quando non è blandamente spiegato. La storia avanza cronologicamente e si lascia capire, espone per due non noiose ore la vita di una straordinaria esistenza in maniera chiara e non aspirando ad altro, è la semplicità che funziona. Meno Hollywood, meno pesantezza. Un plus è sicuramente da attribuire alla versione giovane dell’autore, che ogni tanto mi faceva ridere dato che mi ricordava Franchino er criminale. E comunque, tra le altre, c’era anche una fotografia della madonna.

-FOUR DAUGHTERS di Kaouther Ben Hania(7/10), il documentario che più consiglierò ad amici e conoscenti di questa edizione del Biografilm. Non a caso vincitore a Cannes e candidato agli Oscar, questo è un lavoro mostruoso e pazzesco, un dieci su dieci rovinato un pochino dal ritmo dell’opera, decisamente troppo lento e soporifero, ma abbandonato questo critico appunto il resto è solo uno spettacolo da ammirare. La scelta di prendere due attrici per interpretare le due sorelle “mangiate dal lupo” - come dice Olfa all’inizio - è straordinaria, straordinaria! Lo si capisce alla fine, quando il cuore, alla scoperta del fattaccio, esplode. Io pecco di cultura generale, ovviamente, e mi ero dimenticato - o non ero mai venuto a conoscenza - di questa vicenda, quindi il non sapere ha influenzato la mia visione - nel bene o nel male solo dio può dircelo(tra le altre, neanche avevo letto la trama, mi era stato dato un accredito e sono corso in sala a vedere il film a scatola chiusa, grazie a dio!). Comunque vi consiglio vivamente di guardare quest’opera, una delle scelte documentariamente parlando più geniali che io abbia mai visto, alcuni dei protagonisti - reali ai fatti - più forti d’animo che io abbia mai visto su schermo.

-TURN IN THE WOUND di Abel Ferrera(0/10), me ne potevo mica andare senza bocciare pesantemente un film? Certo che no. Ho messo altri votacci, nessun festival - dai più ai meno importanti - può scampare ai filmacci, e nessun filmaccio può scappare ai festival. E mi sono ritrovato qui, alla serata finale, a vedere questo video su Youtube sulle centocinquanta visualizzazioni: dapprima una signora ucraina ci racconta di come ha perso la figlia e di come il suo palazzo è andato distrutto, successivamente Patti Smith ci racconta di un tizio morto di tubercolosi, se non erro nel 1944. Non scrivo altro perché dopo 20 minuti sono uscito dalla sala e non ci sono più rientrato, i rumori degli aerei che bombardavano cose erano talmente forti che quel mal di testa - venutomi in quel momento - m’è rimasto anche il giorno successivo. Metto 0 su 10 sulla fiducia, anche guardando i comportamenti del regista nella solita e folle intervista, questa volta prima del lungometraggio. Lui era talmente tanto importante, rispetto a noi altri seduti accanto a lui, che neanche si è degnato di andar sul palco, si è alzato ed ha parlato in piedi dal suo posto a centro sala, un saluto a Martin Scorsese allora. Sì, lo so che Abel Ferrera è importante, ma so anche che non azzecca un film dagli anni novanta.

Comunque, la critica l’abbiamo fatta anche oggi e possiamo andare in pace, vi ringrazio di aver letto fino a qui e spero che possiate aver visto più film possibili in quella bellezza ch’è il Biografilm. Un bacio, Emanuele.



[2] Citazione da The Lost Notebook, secondo film in analisi nello scritto.

 
 
 

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