Una possibilità per Emilia Pérez
- Emanuele De Santis
- 8 gen 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Domani uscirà in sala il nuovo film di Jacques Audiard e sto scrivendo questa recensione solamente per invitarvi ad andare al cinema, a vederlo, senza passare per lo streaming. Come mai? Vi rovinereste un’esperienza. Senza far spoiler: genere Gangster unito al Musical: riuscitissimo. Due generi che si mescolano inaspettatamente alla perfezione. Personaggi criptici, ma caratterizzati al meglio. Un’idea di base che colpisce. Recitazione riuscitissima da parte di ogni componente del cast. Registicamente stupendo, con qualche chicca qui e lì da godersi. Concedetevi questa piccola novità.

Ed ora, signore e signori, iniziano gli spoiler, quindi andate a vedere Emilia Pérez e tornate qui a leggere dopo il cinema. Sarò onesto, non avrei pomposamente spinto questo film nella recensione senza anticipazioni se non fosse stato necessario. Ricordo le mie sensazioni prima del film: dubbiosità, inaspettato. Il biglietto me lo avevano regalato, ma sono sicuro che di mia spontanea volontà non sarei mai andato a vedere un lungometraggio dagli indizi così criptici - disclaimer: io non vedo trailer online, mi faccio ispirare dalle immagini di copertina, dal passato dei registi e degli attori, e l’alone di mistero intorno ad Emilia Pérez non lo sentivo così pressante. Beh, avrei fatto un grande errore o una gran brutta scelta, ma per fortuna ho ancora la benedizione di ricevere biglietti gratuiti una volta ogni tanto. Tornando all’onestà: la sceneggiatura è una merda. L’idea è geniale. La sceneggiatura... no. Insomma, partendo da una base così solida - un narcotrafficante che vuole fare la transazione e che dalla nascita si sente donna - il film, secondo me, non può andare a puttane, e l’idea di infilarci il cantato non stona - bruttissimo gioco di parole. Lo sceneggiato è però scialbo, si sviluppa linearmente e presenta molti punti in cui lo sfregar delle mani sullo specchio mentre gli sceneggiatori ci si arrampicano... è presente. La società per ritrovare i morti del narcotraffico è una cosa un po’ banalotta e non così incredibilmente impattante per la società - come nel film vogliono far passare - inoltre, il finale è davvero mancante d’idee creative: il rapimento, la morte in macchina. Insomma, no.
Resta il fatto che questo film l’ho amato. Ho detto le cose brutte perché quando scendo nei dettagli mi piace parlar, per l’appunto, delle minuzie, ma anche di quelle belle. Registicamente - anche se un gran lavoro registico un po’ me lo sentivo, me lo aspettavo - vivono ancora nella mia mente rent free una transazione ed una scena: la prima è quando si passa dalla carta di credito alle luci dell’aereo, ad inizio film, quando ancora l’avvocatessa si girava il Sud America in prima classe; la seconda è il buio, e le teste, tutte insieme, mi batte ancora il cuore. Cuore, cuore, questa è la parola, questo film l’ho visto con il cuore, la storia si lasciava seguire e dopo un po’ quello che accadeva era direttamente tradotto in emozioni, non si passava più per la cinicità della mia testa, ma si arrivava, per l’appunto, al cuore.
In Emilia Pérez l’idea alla base del film è più grande del film stesso, e forse va bene così.


Commenti